CAPPELLANI MILITARI IN TEMPO DI GUERRA

(Conferenza tenuta al Circolo Ufficiali dell'Esercito da Mons. Enelio Franzoni, M.O.V.M., a cura del Centro di Studi Storico-Militari “Gen. Gino Bernardini” - Bologna)

 

Mi trovavo con parecchi parroci alla Caserma del 121° qui a Bologna ed il discorso cadde sul cappellano militare in tempo di guerra. Un collega rivolgendosi al Vescovo Mons. Marra, voleva ironizzare: “… come può il buon Dio ascoltare insieme il cappellano che prega per i suoi di qua dalla trincea e il cappellano che prega per i suoi dall'altra parte della trincea…”

Mons. Marra, lentamente, scuotendo il capo “… e voi; quei ragazzi, vorreste lasciarli soli?!...”.

Chi è il Cappellano militare?

E' un prete e come tutti i preti, crede in Dio e nella gente; e per amore di Dio, si fa carico delle gioie, dolori, fatiche, speranze di quanti gli vengono affidati, per camminare con loro alla luce della fede. Per cui se gli vengono affidati giovani e questi un bel giorno debbono partire per il fronte, egli chiede, ed essi chiedono di andare con loro: è la vicenda, fra le tante, di D. Primo Mazzolari e di D. Carlo Gnocchi.

Cappellano militare può essere un tranquillo Padre Francescano che vive nel suo Convento e un giorno gli vien detto che dovrà deporre il saio per indossare la divisa grigioverde e andare in un Ospedale da campo. Ed egli parte e non è che provi chissà quale trauma: prima serviva Cristo educando i novizi in convento, ora serve Cristo ferito, sanguinante su una brandina!

Quando il cappellano reduce dalla guerra vien chiamato nelle scuole e i ragazzi gli obiettano: “ Come mai, tu che sei prete, sei andato a fare la guerra? !” Il cappellano risponde: “ Non sono andato a fare la guerra ma c'erano dei giovani che andavano a fare la guerra e mi hanno detto: vieni con noi; tu non vieni per sparare; tu ci aiuterai a pregare e se saremo feriti, ci starai vicino; se resteremo uccisi, a casa nostra non andrà solo il maresciallo dei carabinieri a dare la notizia, ma arriverà anche la tua lettera per dire che abbiamo fatto il nostro dovere fino in fondo e che siamo morti da cristiani… ”.

Il Cappellano dunque non spara? Può capitare che il plotone veda cadere il tenente; c'è lo sbandamento; e il cappellano è lì; bisogna salvarli quei fanti; e l'unico modo è di brandire l'arma in pugno e di battersi alla testa del plotone: e così fece D. Silvio Marchetti il 20 novembre 1942 a Kantemirowka. Fu sopraffatto; fu ucciso; ma non importa; in quel momento egli doveva fare così.

E poi c'è la legittima difesa; D. Carlo Chiazza nel suo libro “ Scritto sulla neve ” dice che un russo gli si è avventato addosso ed egli l'ha prevenuto e l'ha ucciso.

E' il caso di D. Michele D'Auria: nell'isba in cui si trova, entrano due soldati russi che gli sparano; si getta sotto il tavolo e si finge morto; ha modo di estrarre la pistola e fa fuori i due russi. Legittima difesa; legittima per tutti, anche per il cappellano:

Ma l'arma vera, l'arma in dotazione, obbligatoria per il cappellano in guerra, non è tanto la croce rossa cucita sul taschino della giubba, ma il Crocefisso, un Crocefisso vero, e l'altarino con il Calice. Ed ora si impone una digressione. Il Cappellano sa che Cristo, il suo Maestro, redime il mondo versando il Suo Sangue. E conosce il commento dell'Apostolo paolo, quando dice che la Passione di Cristo non è completa senza la sua passione; l'Apostolo si dice lieto per essere chiamato a completare con la sua, quello che manca alla passione di Cristo. Cristo è solo il capo; le membra siamo noi; il capo dona il Suo Sangue, le membra facciano altrettanto.

Soprattutto i preti. S. Caterina da Siena chiamava i preti “ministri del sangue”, definizione che il Card. Giulio Bevilacqua applicava in particolare ai cappellani militari; diceva: “ Noi siamo i ministri del sangue; con quello di Cristo, il sangue di chi ci cade accanto, il nostro stesso sangue, nell'unico calice, per la redenzione del mondo ”.

Il 26 dicembre 1941 cadde nella battaglia di Petropawlovska D. Giovanni Mazzoni del 3° Bers.; il 26 agosto 1942 cadono in combattimento D. Ferruccio Morandi del 47° Btg. Bers. Motociclisti e D. Francesco Mazzocchi del 1° Btg. chimico. Il 16 dicembre 1942 sempre in combattimento cade D. Felice Stroppiana dell'81° Ftr. della “Torino”.

Alla mattina questi cari colleghi (ho avuto la fortuna di conoscerli), avevano detto la loro Messa. Statene certi che quella mattina, la preghierina solita l'avevano detta: “ Signore, se oggi col tuo sangue ci vuoi mettere anche il mio, sappi che non mi dispiacerebbe; insieme a quello dei miei ragazz i”.

E il Signore quel giorno accolse la loro offerta. * * *

Ma attenzione! Non è che questi cappellani si siano gettati nella mischia per cercare la bella morte sia pure nel nome di Cristo: avevano qualcuno da salvare! * * *

A questo punto, una parentesi: quando fra le due guerre, negli anni venti, il governo italiano discusse l'opportunità o meno della presenza del cappellano nell'esercito, qualcuno obiettò che in guerra il cappellano non contribuisce a rafforzare i nervi del soldato per l'assalto; il cappellano, al soldato, ricorda troppo la mamma lontana; non aiuta il soldato a stringere i denti… Il 16 dicembre 1942, trovandosi chi vi parla al caposaldo “Venere” sul Don, avendo incontrato in un angolo buio dei camminamenti due fanti… “ Cosa fate qui? !” “ Cappellano, abbiamo paura !” “ Ma i vostri compagni sono fuori a combattere! Se vi trova qui il capitano vi spara !” “Il cappellano ha fatto uscire i due fanti; forse li ha mandati a morire; ma il suo dovere in quel momento era quello, anche se tutte le volte che rievoca il fatto, il suo cuore sanguina!

Abbiamo accennato al Cappellano che, più di ogni altro ufficiale ricorda al soldato la famiglia; quando si scrive dal fronte, in fondo alla lettera spesso e volentieri viene sollecitata l'aggiunta del cappellano… “…lo dica Lei a mia madre che sto bene; a me non crede… le dica che non mi manca niente… ” Si stabilisce così un vero legame tra il cappellano e la famiglia; il cappellano diventa un po' mamma, papà; ed allora potrebbero aver ragione quelli che pensano non opportuna la presenza del cappellano in linea. Torniamo per un momento al caposaldo “Venere”. Ci chiediamo: “ Se al posto del cappellano ci fosse stato sua madre, li avrebbe mandati a combattere ?” Terribile! Una madre vera li avrebbe fatti uscire: per fare il loro dovere. Così come una madre si sarebbe lanciata per soccorrere suo figlio ferito a Petropawlovska, a Serafimovic, a Monastircina; al posto della mamma, D. Mazzoni, D. Ferruccio Morandi, D. Felice Stroppiana dicevamo più sopra: “ … avevano qualcuno da salvare… .

Sentirsi “Famiglia” per ragazzi di vent'anni mandati a combattere verso il circolo polare artico: ecco il cappellano in Russia.

Ascoltate una pagina di D. Carlo Gnocchi da “ Cristo con gli Alpini ”: “… era un ferito grave e già presso a morire. Quando gli tolsero adagio, devotamente, la giubba, apparve la veste atroce e gioconda del sangue, che, come un velo liquido e vivo, fasciava e rendeva brillanti le membra vigorose. Senza parlare mi guardò. I suoi occhi erano colmi di dolore e di pietà, di volontà decisa e di dolcezza infantile. Al fondo vi tramava, attenuandosi, la luce di visioni beate e lontane. Come di bimbo che si addormenta poco a poco… ”.

D. Gnocchi rivela in queste righe la sofferenza del cappellano, che si fa ben più viva quando gli tocca di comporre il plico con le foto, le lettere, gli oggetti portati da casa che non servono più, perché il soldato è lì, morto davanti a lui. Bisogna spedire il plico a casa con una lettera, cappellano. Il maresciallo dei carabinieri porterà l'annuncio ufficiale del decesso; ma la famiglia aspetta la sua lettera; vuole sapere come è morto, le sue ultime parole che solo tu hai sentito. Vuol sapere come l'hai sepolto e se è possibile, vorrebbe la foto della croce sulla sua tomba, con il suo nome. Solo Dio sa quello che provi, cappellano, quando ti tocca aprire la terra col piccone perché è dura come il marmo per il gelo e mettere la bottiglietta sigillata con il nome del caduto dentro la cassa o nel telo. Ti può capitare di leggere quel biglietto con la tua firma dopo 55 anni, perché il bersagliere l'hanno trovato e l'hanno portato a casa.

L'amore del cappellano ai suoi soldati lo fanno diventare stratega. Nel gennaio 42 entrò malato nel mio Ospedale da campo D. Guglielmo Biasutti, cappellano della Legione Tagliamento. Di lui mi avevano già parlato i suoi militi. gli volevano bene come a un padre. Uno mi disse: “ Io a casa ho due bambini. Se il Signore mi chiedesse uno dei miei bambini o il cappellano, non saprei chi dargli ”.

Arriva a far visita al Cappellano il Comandante della Legione. D. Biasutti lo mette in imbarazzo perché esclama: “ Comandante, non mandi i militi a morire a Voroscillova; non serve a niente occupare Voroscillova! ” In seguito fu riconosciuto dai comandi che aveva ragione il cappellano. Il quale un bel giorno non ce lo trovammo più in corsia; era ritornato in linea. Se c'era un ufficiale che contribuiva a rinsaldare i nervi dei suoi nell'affrontare ogni evenienza, era proprio lui: tornava in linea ad incitare ed a difendere. Emilio Lussu nel suo celebre “ Guerra sull'altipiano ” dice di un cappellano austriaco che riuscì a far cessare una inutile avanzata. I nostri dovevano a tutti i costi occupare una posizione; cadaveri si ammucchiavano a cadaveri; il suo intervento avrebbe fatto cessare l'inutile strage.

Una domanda provocatoria: “ Cappellano, ma tu, alla Patria vuoi bene sì o no? Hai parlato di famiglia, di fede, ma la tua Patria dov'è? ” Al cappellano non è difficile rispondere: “ Se esorto i soldati a compiere il loro dovere fino alla morte, lo faccio perché credo alla Patria e che dobbiamo amare fino a dare la vita per lei. Quando celebra la Messa , più volte la liturgia gli fa baciare l'altare; ma il suo altare è il tricolore; il suo calice è sempre appoggiato al centro del tricolore, che egli porta in dotazione nel suo altarino da campo ”.

Nel campo di prigionia in Russia, campo 74, scoppia il tifo petecchiale. Vengo chiamato da un alpino che sta morendo. “ cappellano, vedi come mi tocca di morire! Guarda che squallore! Venendo in guerra, sapevo che potevo morire ma non in un lazzaretto di appestati; morire combattendo, gridando! Gridando Viva l'Italia! ” Dovrei piangere ma non ne ho la forza; guardo; guardo con tutta la tenerezza quella vita, luce che si spegne. Ma l'alpino riprende a parlare: “ cappellano, è la stessa cosa, anche qui muoio per l'Italia ”.

La morte gli schiude la mano; nella mano, un piccolo tricolore. Quel giovane alpino aveva attinto dalla sua bandiera stretta forte durante l'agonia, la forza di morire con la dignità di un eroe. Ho conservato quella bandiera dall'aprile 43 fino al settembre 46 quando a Fossano la potei consegnare a sua madre. Sono riuscito a sottrarla a tutte le prequisizioni e vi confesso che anche quel lembo d'Italia ha dato la forza per superare ogni prova, e comportarmi da italiano verace!

Mons. Enelio Franzoni,

Bologna 12 aprile 1996

 

( Nota a compendio dell'ultimo paragrafo : il 4 maggio 2006, in occasione della visita di Monsignore al 2° Rgt. di so. Aves “Orione” che, su richiesta del Comandante, Col. Ludovico Avitabile, avevo avuto l'onore di organizzare, e ov'era stato ricevuto con gli Onori militari da un plotone in Armi con Tromba, durante la conferenza gli chiesi se potesse descrivere l'episodio del ‘tricolore'. Ed egli lo raccontò come descritto più sopra, aggiungendo che aveva saputo che la madre del Caduto aveva dato disposizione alle due figlie che alla sua morte avrebbero dovuto deporre il tricolore che il loro fratello aveva stretto, morendo, sul suo petto. In realtà - Monsignore aveva aggiunto - di avere saputo dalle figlie che avevano rispettato la volontà della loro madre solo per metà, giacché avevano tagliato il tricolore in due pezzi ponendone uno sul petto della madre defunta e trattenendo l'altro pezzo per loro).

Fortunato Galtieri, 8 aprile 2008


Mons. Franzoni a Tambov - Campo di prigionia 188


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